Nel film intitolato “L’ultimo turno”, uscito nelle sale italiane il 20 agosto scorso, la regista Petra Volpe ha agevolmente superato il rischio di replicare l’ormai inflazionata impostazione “hospital drama” dando un’impronta documentaristica a una trama che è la normalità per Floria – infermiera in turno di notte presso un ospedale cantonale svizzero – ma che, agli occhi del pubblico non “sanitario”, appare come il tormento di un girone dantesco, che inizia e termina – appunto –nell’arco di un turno di lavoro che di per sé non ha nulla di eccezionale.
A evidenziare drammaticamente questo contrasto sono i lunghi piani sequenza che, inseguendo, affiancando, anticipando i percorsi della protagonista tra i corridoi, le stanze e i letti della struttura, culminano spesso in primi piani sui volti, sulle mani, sugli aghi, portando di forza lo spettatore dentro la scena attivandogli, in una sorta di allucinazione, anche l’olfatto, il tatto, il gusto.
Dunque un film a dir poco coinvolgente e per molti scioccante, che centra in pieno l’obiettivo di far comprendere il mondo di chi, per professione, si prende cura delle persone, e che pretende di evidenziare come l’approccio dell’infermiere nei confronti del paziente sia diverso da quello del medico.
Magistrale la recitazione di Leonie Benesch, che aveva già mostrato le sue capacità nel film di Ilker Çatak “La sala dei professori”.
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Titolo originale: Heldin. Titolo italiano: L’ultimo turno. Film drammatico di Petra Biondina Volpe con Leonie Benesch, Sonja Riesen, Alireza Bayram, Selma Jamal Aldin. Durata 92 minuti. Produzione Germania-Svizzera. Candidato svizzero al Premio Oscar per il miglior film internazionale 2026.









